Euforia Recensione

Titolo originale: Euforia

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Euforia: recensione del film di Valeria Golino presentato a Cannes

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Euforia: recensione del film di Valeria Golino presentato a Cannes

Parte da cose che conosce bene Valeria Golino per il suo secondo film da regista, che al Festival di Cannes è stato accolto in una sezione chiamata "Un certo sguardo" forse perché vuole forgiarsi di opere dotate di una personalissima e originale visione del mondo. E parte da persone incontrate in momenti difficili e dolorosi, e da una parolina - "euforia" - che secondo il Dizionario della Lingua Italiana indica "una sensazione di ottimismo e di contentezza", una specie di "esaltazione, o di ebbrezza, dovuta una buona condizione psicofisica o all’assunzione di farmaci, droghe, alcool".

Nel caso di Matteo che da Nepi è andato a Roma dove ha comprato una casa con vista sui tetti nella quale vive liberamente la propria scelta omosessuale, è un imprinting, una leggerezza mista a sensibilità, quell'illogica allegria di cui cantava Giorgio Gaber e la convinzione un po’ infantile che la vita sia un eterno compleanno, il compleanno di tutti gli amici e di tutti i parenti, da ricoprire di regali e soffocare di abbracci. Matteo è genio e sregolatezza, e qualche striscia di cocaina e la giusta frivolezza. Matteo, poi, è paura della morte (e della malattia), quella morte che l'attrice dalla voce roca e i profondissimi occhi blu ha già raccontato in Miele sbattendocela in faccia e narrando la consapevole scelta da parte di malati, e perfino individui sani, di abbracciarla con sollievo dopo un'iniezione, una "punturina" che ci stordisce fino a farci "accomodare" in un sonno eterno. In Euforia, invece, il diritto ad accomiatarsi dalla vita non può essere esercitato da chi corre il rischio di abbandonarla, perché la decisione spetta, arbitrariamente, ad altri: a Matteo, appunto, che proteggendo suo fratello Ettore dalla verità prova a salvare anche se stesso, o almeno ci prova, mentre tenta di recuperare un rapporto irrisolto con un uomo schivo e integro che è esattamente il contrario di lui, e che, al contrario di lui che ha chiesto l’anestesia totale per un intervento di estetica ai polpacci, in sala operatoria chissà se ci potrà entrare.

Sono come il giorno e la notte Matteo in giacca e cravatta ed Ettore con la faccia appesa e la tuta da ginnastica, e l'aria di chi vuole sempre rimanere un passo indietro, per non uscire dal cono d'ombra dell'anonimato e di una vita di provincia che in qualche modo ha un che di rassicurante. Euforia gioca su questo contrasto, ma, con umiltà e gentilezza, e con i modi di "un dramma dalla superficie buffa" (cit.), lascia che i due personaggi si scambino un po’ la pelle e i ruoli, e che cerchino di capire l'uno il mondo dell'altro, trovandosi uniti e quasi gemelli nel ricordo di un'infanzia trascorsa a imitare Stanlio e Ollio o in quel cameratismo franco e divertente che è prerogativa esclusivamente maschile. Che sia una donna costruirci sopra un film è bellissimo, anche se c’è tanto di Scamarcio-uomo e Mastandrea uomo (e attore) in Euforia. Ci sono il rigore e l’ironia "seriosa" del secondo e la profondità e l'intensità del primo, che in ogni inquadratura restituisce attraverso lo sguardo, o un impercettibile movimento del viso, quel forte sentimento di cui è stato oggetto per lunghi anni. Perché Euforia, diciamocelo, è anche un atto d'amore di un essere umano nei confronti di un altro essere umano, e come Sam Mendes con Kate Winslet per Revolutionary Road, o come hanno fatto Rossellini con la Bergman e Polanski con la Seigner, qui la Golino regista celebra il talento di un attore che probabilmente considera ancora la persona a cui tiene di più e che non può che toccare il punto più alto della propria carriera.

Con Riccardo e con Valerio, Valeria spinge il pedale della delicatezza e dell'attenzione di chi maneggia un oggetto fragile e prezioso, e del rispetto, il rispetto per la fede, e per chi nella fede trova una risposta e una consolazione. I suoi fratelli ci provano a improvvisarsi credenti, e vanno perfino a Medjugorj, dove però la Madonna non si mostra, perché il giorno nel quale normalmente appare è appena passato, e allora Ettore e Matteo tornano complici e ci ridono un po’ su, e ci ridiamo su anche noi, che però ci rendiamo conto che questa parte on the road spezza il ritmo di Euforia, che talvolta inciampa, ma poi sempre si rialza e riprendere a vorticare, per esempio quando fra l'imprenditore e il maestro delle medie è litigio e frizione, o quando Ettore prova a vedere come ci si senta a usare la carta di credito per comprarsi un inutile orologio, o quando Matteo smette di trattare Ettore con eccessiva cautela facendosi aiutare in una questione amorosa. Che sia un pregio o un difetto, il film dimentica anche di spiegarci per benino come mai i due protagonisti si siano tantoì allontanati in passato, però va bene così, perché solo in Dawson’s Creek o dallo psicologo o in certi film italiani che non hanno molto da dire si sviscerano rapporti e personaggi non lasciando nulla all’immaginazione. Euforia, invece, vuole essere spontaneo e imperfetto come la vita stessa, una vita che va vissuta come viene: fischiando a tavola, ballando in terrazza, andando a pranzo al mare.

Torniamo alla "parolina" che ha ispirato il titolo del film. Dopo aver vissuto la storia di Ettore e di Matteo - e brevemente quella di Elena (Jasmine Trinca) che ci regala un'uscita di scena struggente e visivamente magnifica - abbiamo capito che "euforia" si avvicina a "trepidazione". Ecco, l’opera seconda di Valeria Golino è qualcosa di trepidante, di pulsante, una scarica che ci attraversa il corpo e che ci spinge ad attaccarci all'esistenza con le unghie e con i denti, magari saltellando come Matteo o guardando rapiti il cielo come Ettore.

Euforia
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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